Il lessico della parita’ di genere

Dentro le aziende le parole non sono mai solo parole.
Sono badge di appartenenza, codici di accesso, filtri invisibili che decidono chi è “naturale” al comando e chi, invece, deve continuamente dimostrare di meritare il posto in cui si trova.

Quando parliamo di parità di genere nei contesti organizzativi, spesso ci concentriamo sui numeri: quante donne in CDA, quante nei ruoli apicali, quante nella pipeline. Ma prima ancora dei numeri, ci sono le narrazioni. Ed è lì che si gioca la partita più profonda: nel linguaggio con cui descriviamo il potere, il merito, la leadership, l’autorevolezza.

Le aziende sono sistemi narrativi: ciò che viene detto, ripetuto, premiato e normalizzato costruisce il campo di gioco. E quel campo, ancora oggi, è progettato a misura di un modello di leadership maschile standard, storicamente dominante, che continua a presentarsi come “neutro”. Non lo è.

Quando diciamo che le donne “non arrivano ai vertici”, stiamo usando una formula che sembra neutra ma è già schierata: sposta l’attenzione sulle donne, come se fossero loro il problema. Come se mancasse qualcosa a loro, e non al sistema che le valuta, le seleziona, le racconta.

La verità è che oggi abbiamo un paradosso ormai evidente: ovunque le donne guidino team, progetti, aree di business, i risultati ci sono. Spesso sono eccellenti. Tassi di retention più alti, gestione dei conflitti più evoluta, attenzione alle persone, risultati economici in linea o superiori alle aspettative. Lo sappiamo, lo misuriamo. Eppure, questo non si traduce automaticamente in ruoli apicali.

Perché?

Perché il merito, in azienda, non è mai un dato “puro”: è mediato da come lo raccontiamo. E il modo in cui lo raccontiamo è ancora intriso di bias linguistici e cognitivi.

Il lessico nella parita’ di genere per fare la differenza

Basta osservare come descriviamo un uomo e una donna di fronte agli stessi comportamenti.
Un uomo è “deciso”, una donna “aggressiva”.
Lui è “ambizioso”, lei è “arrivista”.
Lui è “un leader naturale”, lei è “una che ha carattere”.

Cambiano due aggettivi, cambia tutto il frame. Uno è desiderabile, l’altro è potenzialmente problematico. E questo ha effetti concreti sulle carriere.

Lo vediamo nelle job description, dove il linguaggio bellico, competitivo, iper-performativo è ancora la norma e allontana, a monte, molte candidate che non si rispecchiano in quel modello di presenza.
Lo vediamo nei feedback di performance, in cui agli uomini vengono riconosciute visione e potenziale di crescita, mentre alle donne viene commentato il “come” si comportano, il loro stile, la loro “collaboratività”, la loro “disponibilità”.
Lo vediamo nelle riunioni, quando una proposta detta da una donna passa inosservata, per poi essere rilanciata da un uomo e improvvisamente considerata brillante.

Non è aneddotica: è struttura. È cultura che prende forma nei micro dettagli del linguaggio.

A questo si sommano almeno altri tre grandi blocchi invisibili.

Il primo è la persistenza di un immaginario di leadership ancora fortemente maschile. Quando in azienda si pronuncia la frase “serve una figura forte”, molti cervelli – anche quelli delle donne – attivano mentalmente il volto di un uomo. È un riflesso culturale, sedimentato da decenni di ruoli apicali occupati in prevalenza da figure maschili. Se non cambiamo le parole con cui descriviamo la leadership, continueremo a selezionare sempre lo stesso tipo di profilo, anche quando le donne in pipeline hanno risultati migliori.

Il secondo è il valore implicito che attribuiamo alle dimensioni relazionali. Tutto ciò che riguarda cura, ascolto, mediazione, costruzione di clima, empowerment del team, spesso svolto in gran parte dalle donne, viene raccontato come “soft”, accessorio, “naturale”, quindi quasi mai come competenza strategica da promuovere ai vertici. Le aziende si reggono su queste capacità, ma i sistemi di valutazione – e il linguaggio con cui li descriviamo – continuano a considerarle secondarie rispetto ad indicatori più “duri” e più facilmente attribuiti ai profili maschili.

Il terzo è la narrazione sulla disponibilità totale. Il linguaggio con cui parliamo di dedizione al lavoro, di “sacrificio”, di “essere sempre sul pezzo” è ancora calibrato su un modello di vita in cui qualcuno si occupa di tutto il resto. È un modello che penalizza in modo sproporzionato le donne, che ancora oggi sostengono gran parte del carico di cura familiare. Finché non cambiamo le parole – e le metriche – con cui definiamo l’impegno, continueremo ad associare “affidabilità” e “prontezza” a chi può essere assorbito completamente dall’azienda, e non a chi porta risultati con una gestione diversa dei tempi e dei confini.

E poi c’è un livello ancora più sottile: quello delle storie che le donne raccontano a se stesse, dopo anni passati a muoversi in sistemi linguistici che non le prevedono al centro. Molte imparano a parlare di meno, a smussare, a giustificare i propri successi, a chiedere scusa prima di prendere parola. Interiorizzano la narrazione di essere “fortunate” anziché competenti, “invitate” anziché legittimate. Ogni volta che una donna dice “non so se sono pronta” mentre un uomo, con meno competenze, si propone senza esitazione, sta agendo una sceneggiatura che le ha insegnato a non occupare troppo spazio.

Per questo insisto sempre sul fatto che la questione della parità non si risolve con una policy o con una campagna l’8 marzo. È un lavoro di riscrittura profonda del linguaggio aziendale. Significa rivedere come parliamo di leadership, di merito, di performance, di errore, di ambizione. Significa ascoltare come i manager descrivono i loro collaboratori. Significa osservare le parole nei processi formali, ma anche nelle chat interne, nelle battute in corridoio, nei commenti apparentemente innocui.

Non è “solo” un tema etico. È un tema di competitività. Le aziende che non sanno nominare il contributo femminile in modo pieno, che non lo sanno narrare, valorizzare e promuovere, stanno letteralmente sprecando capitale cognitivo, emotivo e strategico. Stanno rinunciando a uno sguardo diverso sul mercato, sull’innovazione, sulla gestione delle crisi. E tutto questo accade spesso non per mancanza di donne capaci, ma per mancanza di un linguaggio all’altezza.

Allora la domanda vera non è più: “Perché le donne non arrivano ai vertici?”.
La domanda vera è: “Quali parole continuiamo a usare che rendono invisibile il fatto che ci sanno già arrivare, e molto spesso ci arrivano portando risultati migliori?”.

Se vogliamo davvero parlare di parità, dobbiamo avere il coraggio di guardare lì, nel lessico quotidiano, dove si annidano le narrazioni che legittimano o escludono. Perché prima che nei numeri, la disparità nasce nelle storie che ci raccontiamo. E cambiare le storie – nelle aziende, come nella società – è sempre il primo passo per cambiare la realtà.

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Immagine di Simona Ruffino

Simona Ruffino

Brand Strategist & Neurobrand specialist. Consulente, speaker e formatrice. Esperta di costruzione di brand identity, strategie di comunicazione e neurobranding. Premio all'eccellenza della comunicazione italiana nel 2015. Promotrice del Capitalismo Umanistico, di impresa etica e del Diritto all'Imperfezione. Autrice di "Neuromarketing Etico" Ed. Hoepli e "Non tutto è come appare. Contro la cultura della manipolazione" Ed. Apogeo Gruppo Feltrinelli. Scrive per Il Sole 24 ore; Il Fatto Quotidiano, Domani.