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	<title>Simona Ruffino</title>
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	<description>Brand Strategist &#38;Neurobrand Specialist. Aiuto a costruire e comunicare meglio l&#039;identità della tua impresa.</description>
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		<title>Il lessico della parita&#8217; di genere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 10:49:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dentro le aziende le parole non sono mai solo parole.Sono badge di appartenenza, codici di accesso, filtri invisibili che decidono chi è “naturale” al comando e chi, invece, deve continuamente dimostrare di meritare il posto in cui si trova. Quando parliamo di parità di genere nei contesti organizzativi, spesso ci concentriamo sui numeri: quante donne&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/il-lessico-della-parita-di-genere/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Il lessico della parita&#8217; di genere</span></a></p>
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<p>Dentro le aziende le parole non sono mai solo parole.<br>Sono badge di appartenenza, codici di accesso, filtri invisibili che decidono chi è “naturale” al comando e chi, invece, deve continuamente dimostrare di meritare il posto in cui si trova.</p>



<p>Quando parliamo di parità di genere nei contesti organizzativi, spesso ci concentriamo sui numeri: quante donne in CDA, quante nei ruoli apicali, quante nella pipeline. Ma prima ancora dei numeri, ci sono le narrazioni. Ed è lì che si gioca la partita più profonda: nel linguaggio con cui descriviamo il potere, il merito, la leadership, l’autorevolezza.</p>



<p>Le aziende sono sistemi narrativi: ciò che viene detto, ripetuto, premiato e normalizzato costruisce il campo di gioco. E quel campo, ancora oggi, è progettato a misura di un modello di leadership maschile standard, storicamente dominante, che continua a presentarsi come “neutro”. Non lo è.</p>



<p>Quando diciamo che le donne “non arrivano ai vertici”, stiamo usando una formula che sembra neutra ma è già schierata: sposta l’attenzione sulle donne, come se fossero loro il problema. Come se mancasse qualcosa a loro, e non al sistema che le valuta, le seleziona, le racconta.</p>



<p>La verità è che oggi abbiamo un paradosso ormai evidente: ovunque le donne guidino team, progetti, aree di business, i risultati ci sono. Spesso sono eccellenti. Tassi di retention più alti, gestione dei conflitti più evoluta, attenzione alle persone, risultati economici in linea o superiori alle aspettative. Lo sappiamo, lo misuriamo. Eppure, questo non si traduce automaticamente in ruoli apicali.</p>



<p>Perché?</p>



<p>Perché il merito, in azienda, non è mai un dato “puro”: è mediato da come lo raccontiamo. E il modo in cui lo raccontiamo è ancora intriso di bias linguistici e cognitivi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il lessico nella parita&#8217; di genere per fare la differenza</h2>



<p>Basta osservare come descriviamo un uomo e una donna di fronte agli stessi comportamenti.<br>Un uomo è “deciso”, una donna “aggressiva”.<br>Lui è “ambizioso”, lei è “arrivista”.<br>Lui è “un leader naturale”, lei è “una che ha carattere”.</p>



<p>Cambiano due aggettivi, cambia tutto il frame. Uno è desiderabile, l’altro è potenzialmente problematico. E questo ha effetti concreti sulle carriere.</p>



<p>Lo vediamo nelle job description, dove il linguaggio bellico, competitivo, iper-performativo è ancora la norma e allontana, a monte, molte candidate che non si rispecchiano in quel modello di presenza.<br>Lo vediamo nei feedback di performance, in cui agli uomini vengono riconosciute visione e potenziale di crescita, mentre alle donne viene commentato il “come” si comportano, il loro stile, la loro “collaboratività”, la loro “disponibilità”.<br>Lo vediamo nelle riunioni, quando una proposta detta da una donna passa inosservata, per poi essere rilanciata da un uomo e improvvisamente considerata brillante.</p>



<p>Non è aneddotica: è struttura. È cultura che prende forma nei micro dettagli del linguaggio.</p>



<p>A questo si sommano almeno altri tre grandi blocchi invisibili.</p>



<p>Il primo è la persistenza di un immaginario di leadership ancora fortemente maschile. Quando in azienda si pronuncia la frase “serve una figura forte”, molti cervelli – anche quelli delle donne – attivano mentalmente il volto di un uomo. È un riflesso culturale, sedimentato da decenni di ruoli apicali occupati in prevalenza da figure maschili. Se non cambiamo le parole con cui descriviamo la leadership, continueremo a selezionare sempre lo stesso tipo di profilo, anche quando le donne in pipeline hanno risultati migliori.</p>



<p>Il secondo è il valore implicito che attribuiamo alle dimensioni relazionali. Tutto ciò che riguarda cura, ascolto, mediazione, costruzione di clima, empowerment del team, spesso svolto in gran parte dalle donne, viene raccontato come “soft”, accessorio, “naturale”, quindi quasi mai come competenza strategica da promuovere ai vertici. Le aziende si reggono su queste capacità, ma i sistemi di valutazione – e il linguaggio con cui li descriviamo – continuano a considerarle secondarie rispetto ad indicatori più “duri” e più facilmente attribuiti ai profili maschili.</p>



<p>Il terzo è la narrazione sulla disponibilità totale. Il linguaggio con cui parliamo di dedizione al lavoro, di “sacrificio”, di “essere sempre sul pezzo” è ancora calibrato su un modello di vita in cui qualcuno si occupa di tutto il resto. È un modello che penalizza in modo sproporzionato le donne, che ancora oggi sostengono gran parte del carico di cura familiare. Finché non cambiamo le parole – e le metriche – con cui definiamo l’impegno, continueremo ad associare “affidabilità” e “prontezza” a chi può essere assorbito completamente dall’azienda, e non a chi porta risultati con una gestione diversa dei tempi e dei confini.</p>



<p>E poi c’è un livello ancora più sottile: quello delle storie che le donne raccontano a se stesse, dopo anni passati a muoversi in sistemi linguistici che non le prevedono al centro. Molte imparano a parlare di meno, a smussare, a giustificare i propri successi, a chiedere scusa prima di prendere parola. Interiorizzano la narrazione di essere “fortunate” anziché competenti, “invitate” anziché legittimate. Ogni volta che una donna dice “non so se sono pronta” mentre un uomo, con meno competenze, si propone senza esitazione, sta agendo una sceneggiatura che le ha insegnato a non occupare troppo spazio.</p>



<p>Per questo insisto sempre sul fatto che la questione della parità non si risolve con una policy o con una campagna l’8 marzo. È un lavoro di riscrittura profonda del linguaggio aziendale. Significa rivedere come parliamo di leadership, di merito, di performance, di errore, di ambizione. Significa ascoltare come i manager descrivono i loro collaboratori. Significa osservare le parole nei processi formali, ma anche nelle chat interne, nelle battute in corridoio, nei commenti apparentemente innocui.</p>



<p><strong>Non è “solo” un tema etico. È un tema di competitività.</strong> Le aziende che non sanno nominare il contributo femminile in modo pieno, che non lo sanno narrare, valorizzare e promuovere, stanno letteralmente sprecando capitale cognitivo, emotivo e strategico. Stanno rinunciando a uno sguardo diverso sul mercato, sull’innovazione, sulla gestione delle crisi. E tutto questo accade spesso non per mancanza di donne capaci, ma per mancanza di un linguaggio all’altezza.</p>



<p>Allora la domanda vera non è più: “Perché le donne non arrivano ai vertici?”.<br><strong>La domanda vera è: “Quali parole continuiamo a usare che rendono invisibile il fatto che ci sanno già arrivare, e molto spesso ci arrivano portando risultati migliori?”.</strong></p>



<p>Se vogliamo davvero parlare di parità, dobbiamo avere il coraggio di guardare lì, nel lessico quotidiano, dove si annidano le narrazioni che legittimano o escludono. Perché prima che nei numeri, la disparità nasce nelle storie che ci raccontiamo. E cambiare le storie – nelle aziende, come nella società – è sempre il primo passo per cambiare la realtà.</p>


<div class="wp-block-post-author"><div class="wp-block-post-author__avatar"><img alt='' src='https://secure.gravatar.com/avatar/12096781164b04662073c3a8fc3e2e68?s=48&#038;d=mm&#038;r=g' srcset='https://secure.gravatar.com/avatar/12096781164b04662073c3a8fc3e2e68?s=96&#038;d=mm&#038;r=g 2x' class='avatar avatar-48 photo' height='48' width='48' /></div><div class="wp-block-post-author__content"><p class="wp-block-post-author__name">Simona Ruffino</p></div></div>

<div class="wp-block-post-author-biography">Brand Strategist &amp; Neurobrand specialist.
Consulente, speaker e formatrice. Esperta di costruzione di brand identity, strategie di comunicazione e neurobranding. 
Premio all&#8217;eccellenza della comunicazione italiana nel 2015. Promotrice del Capitalismo Umanistico, di impresa etica e del Diritto all&#8217;Imperfezione. 

Autrice di &#8220;Neuromarketing Etico&#8221; Ed. Hoepli e &#8220;Non tutto è come appare. Contro la cultura della manipolazione&#8221; Ed. Apogeo Gruppo Feltrinelli. Scrive per Il Sole 24 ore; Il Fatto Quotidiano, Domani.</div>


<p></p>
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		<title>L’effetto Framing nella comunicazione aziendale: una strategia neuroscientifica per brand consapevoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 16:50:24 +0000</pubDate>
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									<p></p>
<p>In un mondo sempre più complesso, saturo di stimoli comunicativi, le aziende che sanno orientare in modo efficace la percezione del proprio pubblico emergono nettamente rispetto ai concorrenti. Uno degli strumenti più potenti e allo stesso tempo sottili, capaci di modellare la percezione e guidare decisioni, è il cosiddetto&nbsp;<strong>effetto framing</strong>, una tecnica basata sui principi delle neuroscienze cognitive e comportamentali.</p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">Cos&#8217;è l&#8217;effetto Framing e perché funziona?</h2>
<p></p>
<p>L&#8217;effetto framing è un bias cognitivo studiato per la prima volta da Tversky e Kahneman, che consiste nel modo in cui l’informazione viene presentata, e nel come questa modalità di presentazione influenza in maniera significativa le decisioni degli individui. Un&#8217;informazione identica, espressa in modi diversi, può evocare risposte drasticamente differenti, in quanto il nostro cervello interpreta le informazioni sulla base di cornici emotive e cognitive prestabilite.</p>
<p></p>
<p>Dal punto di vista neuroscientifico, il framing sfrutta la tendenza innata del cervello umano a elaborare informazioni in base a modelli mentali già consolidati. Quando un messaggio è inserito in una cornice positiva, per esempio evidenziando un guadagno anziché una perdita, si attivano circuiti neurali associati alla gratificazione e alla ricompensa, coinvolgendo in particolare il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale ventromediale. Viceversa, una cornice negativa attiva meccanismi di allerta e difesa, coinvolgendo l’amigdala e aree limbiche, evocando spesso risposte di evitamento o timore.</p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">Come utilizzano il framing le aziende europee?</h2>
<p></p>
<p>Le aziende europee hanno ormai integrato pienamente il framing nella loro comunicazione strategica. Alcuni esempi tipici includono:</p>
<p></p>
<ul class="wp-block-list"><p></p>
<li><strong>Sostenibilità e ambiente</strong>: aziende come Patagonia o IKEA utilizzano framing positivo, sottolineando non solo la necessità di ridurre i danni ambientali (frame negativo), ma comunicando i benefici emotivi e personali derivanti dall’adottare uno stile di vita sostenibile (frame positivo). Ciò rende il consumatore più incline a compiere scelte responsabili, non sulla base di colpa o ansia, ma per la soddisfazione derivante dall’essere parte di un cambiamento virtuoso.</li>
<p></p>
<li><strong>Settore alimentare e salute</strong>: Nel food marketing europeo, marchi come Danone o Barilla applicano frequentemente framing positivo associando i propri prodotti a salute, benessere, longevità, piuttosto che semplicemente enfatizzare l&#8217;assenza di sostanze negative. Così facendo, stimolano emozioni positive e avvicinano emotivamente il consumatore al brand.</li>
<p></p>
<li><strong>Tecnologia e innovazione</strong>: Nel settore tech, aziende come Siemens, Bosch o SAP tendono a utilizzare il framing evidenziando il futuro positivo derivante dall’adozione di nuove tecnologie (efficienza, risparmio, sostenibilità), piuttosto che enfatizzare semplicemente il ritardo tecnologico e i relativi rischi.</li>
<p></p></ul>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">Vantaggi del framing etico nella comunicazione aziendale</h2>
<p></p>
<p>L’utilizzo consapevole ed etico del framing comporta numerosi vantaggi strategici che le aziende europee possono sfruttare per creare relazioni più autentiche, durature e significative con i consumatori:</p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">1.&nbsp;<strong>Costruzione di fiducia e brand loyalty</strong></h3>
<p></p>
<p>Quando il framing è utilizzato in modo onesto ed etico, i consumatori percepiscono trasparenza e sincerità. Un framing positivo basato su valori autentici (ad esempio sostenibilità, responsabilità sociale o equità) consolida la fiducia verso il brand, generando fedeltà a lungo termine.</p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">2.&nbsp;<strong>Attivazione emotiva virtuosa</strong></h3>
<p></p>
<p>Framing etico significa comunicare in maniera tale da evocare emozioni positive come speranza, sicurezza, appartenenza e orgoglio personale. Ciò attiva circuiti neurali legati al benessere psicologico e alla ricompensa, migliorando così la percezione complessiva del marchio.</p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">3.&nbsp;<strong>Riduzione della resistenza al cambiamento</strong></h3>
<p></p>
<p>Il framing, applicato correttamente, può abbassare la resistenza naturale al cambiamento e favorire l’accettazione di nuove idee o prodotti. Presentare una novità in termini di vantaggi personali o collettivi anziché di obblighi, facilita l’accettazione del messaggio e accelera l’adozione di comportamenti positivi.</p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">4.&nbsp;<strong>Diminuzione della reattività negativa</strong></h3>
<p></p>
<p>Comunicare usando framing negativo (enfatizzando paura, ansia o perdita) può generare risposte immediate ma raramente durature. Al contrario, l’uso etico di framing positivo diminuisce la reattività negativa del pubblico, creando un engagement più stabile e duraturo.</p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">5.&nbsp;<strong>Differenziazione competitiva</strong></h3>
<p></p>
<p>In un mercato europeo sempre più attento ai valori, il framing etico permette alle aziende di emergere chiaramente rispetto ai concorrenti, differenziandosi non solo in termini di prodotto, ma soprattutto per l’approccio valoriale, creando un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo.</p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">il framing come responsabilità aziendale</h2>
<p></p>
<p>Credo fermamente che le aziende europee debbano abbracciare il framing non solo come una tecnica comunicativa, ma come una vera e propria filosofia strategica. Usato eticamente, il framing permette ai brand di parlare con il cervello emozionale dei consumatori, generando valore autentico, allineato con aspettative, valori e desideri profondi.</p>
<p></p>
<p>In definitiva, il <strong>framing etico</strong> non è solo buona comunicazione, ma diventa un vero e proprio impegno per un mercato più umano, trasparente e consapevole, in cui i marchi prosperano non manipolando il pubblico, ma accompagnandolo verso scelte migliori, positive e condivise. Se vuoi saperne di più, <strong><a href="https://www.simonaruffino.it/#contatti">parla con me.</a></strong></p>
<p></p>
<p></p>								</div>
				</div>
					</div>
				</div>
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		<title>Quando la ragione tace: come la paura guida le nostre scelte</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 15:13:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bias cognitvi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la ragione tace: come la paura guida le nostre scelte. Simona Ruffino</p>
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									<p></p>
<p>Quando <strong>Walter Lippmann</strong>, quasi un secolo fa, scriveva che la nostra percezione della realtà è mediata da stereotipi e semplificazioni, anticipava con sorprendente precisione ciò che oggi viviamo quotidianamente. Attualmente, il consenso non si costruisce solo attraverso il dibattito razionale e pubblico, ma si genera all’interno di complesse reti algoritmiche e tecniche di comunicazione sofisticate che operano in modo quasi invisibile.</p>
<p></p>
<p>Viviamo immersi in un flusso incessante di notizie, dichiarazioni politiche e contenuti digitali. Eppure, raramente ci chiediamo quali meccanismi decidano ciò che vediamo e leggiamo. I contenuti digitali sono regolati da algoritmi che selezionano informazioni in base ai nostri comportamenti precedenti, creando quella che viene definita &#8220;<strong>filter bubble</strong>&#8221; o &#8220;<strong>echo chamber</strong>&#8220;: un ecosistema informativo autoreferenziale e autoalimentato. Tali bolle informazionali sono ideali per la manipolazione, perché limitano la varietà di punti di vista e rafforzano continuamente i nostri pregiudizi e le nostre convinzioni preesistenti.</p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">Cosa insegnano le neuroscienze</h2>
<p></p>
<p>Sul piano neuroscientifico, questo fenomeno è strettamente legato al &#8220;<strong>confirmation bias</strong>&#8220;, un meccanismo cognitivo che porta il nostro cervello a privilegiare le informazioni coerenti con ciò che già crediamo. Quando riceviamo informazioni che confermano ciò in cui crediamo, il nostro cervello produce dopamina, neurotrasmettitore legato alla gratificazione e al piacere. Al contrario, quando incontriamo opinioni divergenti, il nostro cervello percepisce stress e tensione, spingendoci a evitarle. È questo il meccanismo che le piattaforme digitali sfruttano per mantenere elevato l&#8217;engagement degli utenti: offrirci contenuti semplici, rassicuranti e polarizzanti, piuttosto che complessi e sfumati.</p>
<p></p>
<p>La politica internazionale contemporanea ne è un chiaro esempio. Durante le recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l&#8217;opinione pubblica è stata fortemente polarizzata attraverso la diffusione massiccia di contenuti semplificati e altamente emotivi. La stessa dinamica si è verificata nella campagna per la Brexit nel Regno Unito, dove messaggi chiari, diretti e spesso fuorvianti hanno prevalso su analisi più approfondite. La polarizzazione della guerra in Ucraina offre ulteriori esempi: narrazioni diametralmente opposte, diffuse dai media russi e occidentali, creano bolle informative così distanti da rendere difficilissimo il confronto e il dialogo.</p>
<p></p>
<p>Queste tecniche manipolative includono il <strong>framing semplificato delle notizie, lo storytelling emotivo e l&#8217;uso strategico di bias come l&#8217;euristica della disponibilità</strong>, che ci spinge a credere maggiormente alle informazioni ripetutamente proposte, indipendentemente dalla loro accuratezza. Le conseguenze sociali e politiche di tali tecniche sono profonde: polarizzazione, frammentazione sociale e crescente sfiducia reciproca, condizioni che rendono le società più vulnerabili alla deriva autoritaria e meno resilienti alle crisi democratiche.</p>
<p></p>
<p>La politica, infatti, fa largo uso di queste tecniche manipolatorie, trasformando il dibattito pubblico in una guerra di slogan piuttosto che di idee. I cittadini, sempre più incapaci o poco disposti ad affrontare la complessità, finiscono per preferire risposte semplicistiche e immediate, rinunciando al dialogo e al confronto democratico. Questa situazione favorisce leader autoritari, che utilizzano tecniche persuasive e manipolatorie per creare un consenso basato più su emozioni primarie, come paura o rabbia, che sulla riflessione e il ragionamento.</p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">Come contrastare l&#8217;architettura del consenso manipolativo</h2>
<p></p>
<p><strong>Per contrastare queste invisibili architetture del consenso serve un impegno concreto: un&#8217;alfabetizzazione digitale e cognitiva capace di farci riconoscere tecniche manipolatorie e bias cognitivi. Dobbiamo allenare la nostra mente al pensiero critico, verificando sempre la fonte delle informazioni, confrontando più punti di vista e accettando lo sforzo cognitivo della complessità. La recente esperienza degli attivisti iraniani, degli oppositori russi durante la guerra in Ucraina e dei movimenti democratici a Hong Kong mostra come sia possibile usare le piattaforme digitali per sfidare narrazioni dominanti e costruire una consapevolezza collettiva più autentica.</strong></p>
<p></p>
<p>Le invisibili architetture del consenso non sono inevitabili. Diventano pericolose solo quando ci rassegniamo passivamente alla loro influenza, rinunciando al nostro ruolo attivo di cittadini informati e consapevoli. È possibile e urgente riprendere il controllo delle nostre capacità cognitive e critiche, perché soltanto così potremo proteggere davvero la nostra libertà di scelta, la nostra capacità di dialogo e, in ultima analisi, la nostra stessa democrazia.</p>
<p></p>
<p>Se vuoi saperne di più ne ho ampiamente parlato in <a href="https://www.amazon.it/tutto-appare-Contro-cultura-manipolazione/dp/8850337752">&#8220;Non tutto come appare. Contro la cultura della manipolazione</a>&#8221; Edito da Apogeo del Gruppo Feltrinelli. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali.</p>
<p><div class="wp-block-post-author"><div class="wp-block-post-author__avatar"><img alt='' src='https://secure.gravatar.com/avatar/12096781164b04662073c3a8fc3e2e68?s=48&#038;d=mm&#038;r=g' srcset='https://secure.gravatar.com/avatar/12096781164b04662073c3a8fc3e2e68?s=96&#038;d=mm&#038;r=g 2x' class='avatar avatar-48 photo' height='48' width='48' /></div><div class="wp-block-post-author__content"><p class="wp-block-post-author__name">Simona Ruffino</p></div></div><div class="wp-block-post-author-biography">Brand Strategist &amp; Neurobrand specialist.
Consulente, speaker e formatrice. Esperta di costruzione di brand identity, strategie di comunicazione e neurobranding. 
Premio all'eccellenza della comunicazione italiana nel 2015. Promotrice del Capitalismo Umanistico, di impresa etica e del Diritto all'Imperfezione. 

Autrice di "Neuromarketing Etico" Ed. Hoepli e "Non tutto è come appare. Contro la cultura della manipolazione" Ed. Apogeo Gruppo Feltrinelli. Scrive per Il Sole 24 ore; Il Fatto Quotidiano, Domani.</div></p>
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<p></p>
<p></p>								</div>
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		<title>Neuromarketing in agenzia: un bene di prima necessità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 16:12:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Neuromarketing in agenzia: un bene di prima necessità. Nella sfera del marketing e della comunicazione, l&#8217;approccio neuroscientifico predittivo, comunemente riconosciuto come neuromarketing e neurobranding, sta rivoluzionando il modo in cui le aziende comprendono e influenzano il comportamento dei consumatori. Fondamentalmente, l&#8217;applicazione delle neuroscienze in questi campi punta a decifrare i processi inconsci che guidano le&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neuromarketing-in-agenzia-un-bene-di-prima-necessita/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Neuromarketing in agenzia: un bene di prima necessità</span></a></p>
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									<p></p>
<p><em><strong>Neuromarketing in agenzia: un bene di prima necessità.</strong></em> <br>Nella sfera del marketing e della comunicazione, l&#8217;approccio neuroscientifico predittivo, comunemente riconosciuto come neuromarketing e neurobranding, sta rivoluzionando il modo in cui le aziende comprendono e influenzano il comportamento dei consumatori. Fondamentalmente, l&#8217;<strong>applicazione delle neuroscienze in questi campi punta a decifrare i processi inconsci che guidano le decisioni di acquisto, optando per una comunicazione più personalizzata e di conseguente, più efficace.</strong></p>
<p></p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">Perché i professionisti ne hanno bisogno?</h3>
<p></p>
<p></p>
<ol class="wp-block-list"><p></p>
<li><strong>Comprensione profonda delle persone</strong>: il neuromarketing utilizza tecnologie come l&#8217;elettroencefalografia (EEG) e l&#8217;imaging a risonanza magnetica funzionale (fMRI) per studiare come il cervello risponde a vari stimoli di marketing. Queste informazioni possono aiutare i professionisti a comprendere cosa veramente attira l&#8217;attenzione dei consumatori e cosa si dimentica facilmente. Ad ogni modo anche l’<strong>approccio predittivo</strong>, senza test in laboratorio offre grandissimi vantaggi. </li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Predizione del comportamento</strong>: attraverso il neuromarketing, è possibile predire le reazioni dei consumatori a certi messaggi pubblicitari, design di prodotti e esperienze di marca prima che siano effettivamente lanciati sul mercato. Questo riduce significativamente il costo e il tempo speso in trial-and-error.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Decisioni strategiche basate sui dati</strong>: l’approccio neuroscientifico raccoglie dati obiettivi sulle preferenze e le avversioni dei consumatori, permettendo alle agenzie di fare scelte ben informate invece di affidarsi a intuizioni spesso soggettive.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Customizzazione dell&#8217;esperienza</strong>: utilizzando i dati ottenuti dall&#8217;analisi neuroscientifica le aziende possono personalizzare le esperienze e migliorare l&#8217;engagement del cliente con il brand, incrementando le vendite e la fedeltà.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Marketing etico</strong>: attraverso una comprensione più profonda dei meccanismi inconsci, i professionisti possono creare campagne che non manipolano, ma informano e coinvolgono i consumatori in modo più significativo. Ciò contribuisce a instaurare una relazione di fiducia e a un branding più sostenibile a lungo termine.</li>
<p></p></ol>
<p></p>
<p></p>
<h3 class="wp-block-heading">Neuromarketing e Neurobranding nei Contesti Agenzia</h3>
<p></p>
<p></p>
<p>Le agenzie di comunicazione che adottano tecniche di neuromarketing e neurobranding guadagnano un vantaggio competitivo nel panorama sempre più affollato della pubblicità online e offline. Nello specifico:</p>
<p></p>
<p></p>
<ul class="wp-block-list"><p></p>
<li><strong>Miglioramento del contenuto creativo </strong>: con la conoscenza degli effetti che vari elementi hanno sul cervello, i creativi possono ingegnerizzare contenuti che risuonano profondamente con l&#8217;audience target.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Strategie Data-Driven</strong>: invece di affidarsi all&#8217;intuizione, le agenzie possono basare le strategie su dati reali che descrivono come i consumatori reagiscono emotivamente e cognitivamente agli stimoli.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Risultati misurabili</strong>: l&#8217;uso di tecniche neuroscientifiche permette di misurare il successo delle campagne in maniera più accurata, ad esempio attraverso l&#8217;attenzione, l&#8217;emozione e la memorizzazione.</li>
<p></p>
<p></p>
<li><strong>Innovazione costante</strong>: adottando un approccio basato sulle neuroscienze, le agenzie rimangono all&#8217;avanguardia, sfruttando le ultime scoperte per rimanere rilevanti e innovativi.</li>
<p></p></ul>
<p></p>
<p></p>
<p>Il neuromarketing e il neurobranding rappresentano passi fondamentali verso un futuro in cui la comunicazione sarà personalizzata, efficace e, soprattutto, eticamente responsabile. Le agenzie di comunicazione che investono in queste tecniche non solo ottengono una maggiore comprensione dei bisogni dei consumatori, ma dimostrano anche un impegno verso pratiche di mercato autentiche e trasparenti.</p><p><span style="color: var( --e-global-color-text ); font-size: var(--bodyfontsize); letter-spacing: var(--bodyletterspacing); text-transform: var(--bodytexttransform); background-color: var(--nv-site-bg);"><b>Se vuoi saperne di più o ospitare una mia masterclass, contattami o acquista per leggere subito&nbsp;</b></span><a href="https://www.amazon.it/Neuromarketing-Ascoltare-persone-costruire-efficaci/dp/8836011195/ref=asc_df_8836011195/?tag=googshopit-21&amp;linkCode=df0&amp;hvadid=610955769573&amp;hvpos=&amp;hvnetw=g&amp;hvrand=16278633069038307449&amp;hvpone=&amp;hvptwo=&amp;hvqmt=&amp;hvdev=c&amp;hvdvcmdl=&amp;hvlocint=&amp;hvlocphy=9181242&amp;hvtargid=pla-1946266841440&amp;psc=1&amp;mcid=63621eda8d1a3ffd8793060e00090e48" target="_blank">Neuromarketing etico</a><span style="color: var( --e-global-color-text ); font-size: var(--bodyfontsize); letter-spacing: var(--bodyletterspacing); text-transform: var(--bodytexttransform); background-color: var(--nv-site-bg);"><b>!&nbsp;</b></span><br></p>
<p></p>
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<p><div class="wp-block-post-author-biography">Brand Strategist &amp; Neurobrand specialist.
Consulente, speaker e formatrice. Esperta di costruzione di brand identity, strategie di comunicazione e neurobranding. 
Premio all'eccellenza della comunicazione italiana nel 2015. Promotrice del Capitalismo Umanistico, di impresa etica e del Diritto all'Imperfezione. 

Autrice di "Neuromarketing Etico" Ed. Hoepli e "Non tutto è come appare. Contro la cultura della manipolazione" Ed. Apogeo Gruppo Feltrinelli. Scrive per Il Sole 24 ore; Il Fatto Quotidiano, Domani.</div></p>								</div>
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		<title>Economia del bene comune e neuroscienze. </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 09:39:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo cambia ad un passo più svelto della politica. A quanto pare in questo tempo nuovo i brand hanno acquisito un potere assai più rilevante di cambiare il mondo e di educare intere popolazioni di quanto riesca a fare la politica negli scenari mondiali. Sostenibilità, diritti umani, gender gap, femminile autorevole, equità sociale, tutela&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/economia-del-bene-comune-e-neuroscienze/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Economia del bene comune e neuroscienze. </span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il mondo cambia ad un passo più svelto della politica.</strong></h2>



<p>A quanto pare in questo tempo nuovo i brand hanno acquisito un potere assai più rilevante di cambiare il mondo e di educare intere popolazioni di quanto riesca a fare la politica negli scenari mondiali. Sostenibilità, diritti umani, gender gap, femminile autorevole, equità sociale, tutela dei più deboli: questi sono i temi determinanti che muovono l’orientamento alla scelta dei consumatori e che si fanno bandiera dell’agire strategico di moltissime aziende. Infatti, <strong>se la politica promette e spesso non mantiene</strong>, <strong>utilizzando il linguaggio e le neuroscienze applicate con scopi talvolta manipolatori,</strong> <strong>i brand si fanno precursori e sembrano essere capaci di stare maggiormente all’ascolto dei bisogni delle persone.</strong> Il neuromarketing, infatti, indaga per consentire identità, obiettivi, prodotti e servizi che possano essere realmente utili senza indurre a bisogni predeterminati. Cosa c’è di più funzionale che raccogliere dati qualitativi per offrire alle persone quello che viene da loro richiesto? In un’epoca in cui cittadini e i consumatori sono maggiormente evoluti e consapevoli, i modelli di sviluppo che hanno considerato l’umano come mero acquirente e hanno operare nell’ottica dell’arricchimento di pochi a scapito dei più, sembrano vacillare. Sebbene il mondo continui a muoversi nella direzione dello sviluppo e del capitalismo esasperato, quest’ultimo trova sempre più obiezioni e opportunità nel senso opposto di marcia. Gli imprenditori sono più preparati e predisposti al cambiamento di quanto lo siano intere classi dirigenti e assumono un atteggiamento critico nei confronti delle pratiche di sviluppo economico perpetuate negli ultimi decenni e si danno nuove priorità.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">I brand cambiano il mondo</h2>



<p>È un dato di fatto: in questo scenario assai mutato il paradigma delle identità d&#8217;impresa si fa protagonista dei cambiamenti della società mettendo in discussione il modello capitalistico che siamo abituati a frequentare da anni.&nbsp;</p>



<p>Proprio recentemente un veterano dell’industria italiana come <strong>Carlo De Benedetti</strong> ha preso una posizione netta su questo tema in un libro dal titolo “Radicalità, il cambiamento che serve all’Italia”. De Benedetti, nonostante sia stato uno dei protagonisti della scena dello sviluppo del Paese negli anni in cui il concetto stesso di grande impresa non andava proprio a braccetto con i valori dell’umanesimo, oggi ritiene che non possa esistere uno sviluppo sano delle economie e delle società senza la tutela del bene comune. Pone al centro due obiettivi: la salvezza del pianeta e la dignità del lavoro. Altra notizia recentissima è il record di utile netto ed incassi per il brand <strong>Brunello Cucinelli</strong> (con un previsionale per il 2023 di un + 12-15% sui ricavi). Cucinelli è considerato nel mondo l’uomo del capitalismo umanistico, investe in opere sociali, nella tutela della bellezza, ridistribuisce il valore dentro e fuori la sua azienda. I numeri che riesce a generare sono la dimostrazione che si può ambire a fatturati a moltissimi zeri anche quando la vision e la mission dell’azienda contribuiscono al benessere condiviso. Ma Cucinelli non è l’eccezione che conferma la regola perché crescono sempre di più in Italia le aziende, anche nella piccola e media impresa, che aspirano a identità benefit e che stanno costruendo una geografia dell’impresa evoluta.&nbsp;</p>



<p>Ce lo dicono i dati di EBC il movimento internazionale che propone un modello socioeconomico etico in cui l’economia mette al centro il benessere delle persone e del pianeta.&nbsp;Sappiamo adesso che molto di ciò che fino a ieri veniva archiviato sotto la voce “costo” può rivelarsi, invece, un formidabile atout nella costruzione dell’autorevolezza di un brand o nella fidelizzazione del pubblico, oggi più che mai, attento alle politiche inclusive o ambientaliste di un’azienda.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Neuromarketing: uno strumento etico per l&#8217;economia del bene comune </h2>



<p>Le neuroscienze applicate motivano questo cambio di passo insegnandoci che, oggi più che mai, con la scalata dei social media come mezzo di comunicazione di massa, le persone scelgono cosa comprare e da chi. Questo per merito dei valori condivisi e della comunicazione. Le azioni di brand positioning mirano a consolidare e a divulgare la vision invece che il prodotto stesso. <strong>Oggi, le aziende riescono, grazie al neuromarketing, ad indagare eticamente i bisogni, i desideri e le attese del pubblico attivando procedure d&#8217;impresa, azioni concrete volte a migliorare il mondo, a sbriciolare stereotipi, a fare da detonatore a quelle procedure che sembravano incrollabili.</strong></p>



<p>E soprattutto le aziende riescono ad essere incisive in purpose che poi diventano fatti, diventano messaggi reiterati che non vengono smentiti e che, nella mente del pubblico, diventano prodotto cognitivo, ovvero una percezione che ha il superpotere di orientare le scelte e di farci sentire parte di qualcosa più grande di noi.&nbsp;</p>



<p>Potrebbe sembrare semplicistico asserire quindi che sarebbe necessario adottare un modello di sviluppo che corrisponda maggiormente alle persone e alle necessità del pianeta? Può sembrare utopistico aspirare ad un modello di principio etico che orienti l’agire delle imprese? Credo che la risposta sia no, perché i numeri, così tanto cari ai manager e agli investitori dimostrano che l’impresa etica sia utile oltre che funzionale. Che il bene comune è un principio che dovrà fare da bussola a quelle aziende, grandi e piccole, che vorranno continuare a presidiare e a crescere sul mercato. Se fino a qualche anno fa la comunicazione parziale rendeva il benessere condiviso un bisogno inconsapevole (e quindi non pungolato), adesso è una delle motivazioni per cui le persone orientano le loro azioni e le loro scelte di acquisto.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Siamo quindi chiamati a cercare un incremento di competenza: non basta più la tecnica a sostenere i nostri piani di crescita, perché è necessario affrontare le domande che ci vengono dal sociale, dall’orizzonte valoriale, in una parola, dall’<strong>umano</strong>.</p>
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		<title>Brainy personas: il target evoluto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2022 11:33:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
		<category><![CDATA[neurobranding]]></category>
		<category><![CDATA[neuromarketing]]></category>
		<category><![CDATA[simona ruffino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brainy personas, questo concetto inizia ad essere sempre di più al centro delle strategie di marketing e comunicazione. Il target, che ha imperato per decenni, sta lasciando spazio ad un concetto più evoluto, intelligente e umano di intendere le persone che entrano in contatto con i nostri brand. Il neuromarketing ed il neurobranding si stanno&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/brainy-personas/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Brainy personas: il target evoluto</span></a></p>
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									<p></p>
<p><strong>Brainy personas</strong>, questo concetto inizia ad essere sempre di più al centro delle strategie di marketing e comunicazione. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Il target, che ha imperato per decenni, sta lasciando spazio ad un concetto più evoluto, intelligente e umano di intendere le persone che entrano in contatto con i nostri brand. </p>
<p></p>
<p></p>
<p> Il neuromarketing ed il neurobranding si stanno finalmente imponendo come discipline guida del marketing e della comunicazione spostando l&#8217;asse dell&#8217;attenzione sui bisogni reali degli esseri umani, non considerandoli più come meri consumatori. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Kotler con il suo ultimo lavoro ha dato una grande mano di aiuto parlando di tecnologie a servizio dell&#8217;umanità e sostenendo a gran voce come il<strong> marketing 5.0</strong> sia la chiave capace di aprire le porte ad una nuova maniera di fare impresa. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Il termine brainy indica che abbiamo a che fare con i cervello, organo potente, unico e meraviglioso che fa di ogni essere umano un &#8220;uno&#8221; soggettivo calato nelle dinamiche sociali in cui vive. </p>
<p></p>
<p></p>
<p class="has-medium-font-size">Andare ad indagare le brainy personas significa mettersi all&#8217;ascolto dei bisogni del nostro pubblico, comprendere quali siano i contesti emotivi e pratici in cui vive, avere a disposizione una lente di ingrandimento sulla sua realtà. Quindi niente più informazioni di primo grado: non ci limitiamo più a creare l&#8217;identikit demografico e abitudinale del target, non ci limitiamo a geolocalizzarlo e a sapere cosa ha studiato e che lavoro faccia. </p>
<p></p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">BRAINY PERSONAS Come lavorare</h2>
<p></p>
<p></p>
<p>Bisogni, percezioni, emozioni e sentimenti. Sembrano &#8220;oggetti&#8221; difficilmente tacciabili, e se è vero che l&#8217;indagine può essere quantitativa e qualitativa è anche vero che le piccole aziende possono avvalersi di una ricerca predittiva. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Questa analisi sarà un&#8217;arma potente per delineare il profilo delle nostre persone e redigere poi strategie capaci di essere un indicatore abbastanza preciso delle modalità e decisioni di acquisto e affezione. </p>
<p></p>
<p></p>
<ul class="wp-block-list">
<li>Sentiment analisys </li>
<li>test di reaction attraverso lo studio della comunicazione dei competitor </li>
<li>indagine della risposta emotiva </li>
</ul>
<p></p>
<p></p>
<p>questi sono i tre principali campi su ci si deve muovere per ottimizzare l&#8217;identikit delle brainy personas. </p>
<p></p>
<p></p>
<h2 class="wp-block-heading">CREare affinità, sviluppare identità e contenuti</h2>
<p></p>
<p></p>
<p>Identificare con precisione le brainy personas non è utile solo per ottimizzare il funnel di acquisizione, ma è indispensabile per costruire la proprie identità di brand in mondo che possa essere percepita nella maniera più congrua possibile. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Creare un touch point tra l&#8217;archetipo di identità e le personas vuol dire far collimare i principali punti di riferimento valoriali e costruire comunità dai principi condivisi. Anche il <strong>content</strong> ne troverà dei vantaggi: attraverso la conoscenza che ricaveremo delle nostre persone potremo costruire contenuti capaci realmente di essere utili, di dare risposte e di creare autorevolezza e prodotto cognitivo.</p>
<p></p>
<p></p>
<p>Le neuroscienze, attraverso la palette di competenze disciplinari che riescono a mettere insieme, si stanno rivelando una risorsa davvero imprescindibile. Mescolare e allineare le competenze in psicologia cognitivo-comportamentale, neurologia, filosofia, marketing e le discipline plurali della comunicazione è la formula in grado di far convergere le esigenze del business a quelle etiche. </p>
<p></p>
<p></p>
<p>Un tempo questo binomio sembrava inconciliabile. Oggi le aziende, invece, possono fare la differenza e determinare che le persone vengano considerate il fine e non lo strumento dei loro affari. </p>
<p></p>
<p></p>
<p><strong>Aprirsi ad una maniera umana ed umanistica di intendere le imprese significa avere già un piede nel futuro. </strong></p>
<p></p>
<p></p>								</div>
				</div>
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		<title>Neuromarketing e marketing 5.0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2022 10:05:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuromarketing e marketing 5.0, come dice Kotler la tecnologia a servizio dell&#8217;umanità.Lavoro per le aziende italiane da molti anni e occupandomi di neuroscienze applicate al marketing e la comunicazione mi domando spesso quanto lavoro ci sia ancora da fare per allineare la realtà al nostro modo predittivo di disegnare la geografia dell&#8217;economia, del marketing e&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neuromarketing-e-marketing-5-0/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Neuromarketing e marketing 5.0</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Neuromarketing e marketing 5.0</strong>, come dice Kotler la tecnologia a servizio dell&#8217;umanità.<br>Lavoro per le aziende italiane da molti anni e occupandomi di neuroscienze applicate al marketing e la comunicazione mi domando spesso quanto lavoro ci sia ancora da fare per allineare la realtà al nostro modo predittivo di disegnare la geografia dell&#8217;economia, del marketing e della comunicazione che verranno. </p>



<p><a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neuromarketing-per-comprendere-il-comportamento-dei-consumatori/">Neuromarketing</a> e neurobranding sono il marketing e la comunicazione che capovolgono i paradigmi: <strong>le aziende per le persone e non più le persone per le aziende</strong>. Andare a raccogliere i bisogni ed i desideri degli esseri umani per costruire brand, prodotti e servizi che possano essere altamente validi per loro. Ottimizzare la strategia e la comunicazione in maniera etica e neuropercettivamente corretta serve a sostenere le aziende a costruire posizionamenti sul mercato e cognitivi capaci di essere influenti, riducendo il rischio di investimenti inefficaci. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi si evolve e chi resta indietro</h2>



<p>Il marketing 5.0, a cui saremmo approdati oggi, in realtà è ad appannaggio esclusivo di quegli imprenditori dotati del fattore x misconosciuto a molti: <strong>la visione</strong>. Perchè per poter fare impresa, a tutti i livelli è indispensabile riuscire ad essere predittivi e &#8220;raccogliere la pioggia per usare l&#8217;acqua quando sarà carente&#8221;. </p>



<p>La tecnologia corre così velocemente che sembra lasciare indietro culturalmente troppe realtà. Dobbiamo ancora risultare convincenti quando cerchiamo di spiegare quanto il marketing e la comunicazione siano le fondamenta di un&#8217;impresa, figuriamoci se il tessuto economico italiano possa essere pronto per raccogliere la sfida della AI al fine di migliorare il suo status e la qualità della vita delle persone. </p>



<p>Troppe volte ancora mi capita di approdare in aziende &#8211; anche parecchio strutturate e che fatturano cifre a molti zeri &#8211; in cui vi è uno scontro aperto generazionale tra i padri fondatori ed i figli o i dipendenti di generazioni digitali. L&#8217;incomunicabilità diventa il batterio della crisi. Per questo poi i brand si trovano impantanati tra quello che erano (e che non possono più essere) e quello che dovranno diventare, senza avere la giusta preparazione e la visione necessaria per costruire anticipando i tempi, i bisogni, i valori. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa bisogna fare?</h2>



<p>Bisogna sbriciolare la credenza che la comunicazione e le aziende si debbano frequentare solo quando è necessario. Bisogna annientare la definizione di pubblicità finalizzata a vendere quando c&#8217;è maretta. Bisogna ancora, purtroppo, sminuire il concetto di azienda che fa prodotti senza avere consultato e aver conosciuto le persone a cui dovrà venderli. Il principio di adattamento alle condizioni socio economiche e geopolitiche oggi è la chiave di sviluppo delle aziende che vivono a lungo. Applicare il neurobranding ed in neuromarketing dovrebbe essere la base da cui partire per garantire una sorta di omeostasi del brand. </p>



<p>Neuromarketing e marketing 5.0 quindi devono diventare affetti stabili per le aziende, devono trovare una validazione che non sia solo da parte dei megabrand. Anche perchè se è vero che la tecnologia si sviluppa in maniera incessante e continua, il neuromarketing non è di certo una scoperta recente e viene utilizzata da decenni da chi si propone di essere un imprenditore lungimirante e con a cuore i propri obiettivi ed i bisogni della platea a cui si rivolge.</p>



<p>Il primo passo è quello di <strong>delegare all&#8217;analisi costante e continua la direzione strategica e la maniera di comunicare.</strong> Capire il mondo e avere confidenza con la realtà non può che essere una buona maniera per non restare indietro in un mondo che oscilla pericolosamente. </p>


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		<title>NEUROMARKETING: I CINQUE FATTORI  DELLA PERSONALITÀ</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 12:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; possibile prevedere i comportamenti degli esseri umani a partire da alcuni tratti della loro personalità? In effetti è quello che facciamo ogni giorno quando dobbiamo andare a costruire strategie di branding per ottimizzare le nostre azioni di marketing e comunicazione. Costa e McCrae ci hanno proposto un modello dal nome Big Five che ci&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neuromarketing-i-cinque-fattori-della-personalita/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">NEUROMARKETING: I CINQUE FATTORI  DELLA PERSONALITÀ</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>E&#8217; possibile prevedere i comportamenti degli esseri umani a partire da alcuni tratti della loro personalità? In effetti è quello che facciamo ogni giorno quando dobbiamo andare a costruire strategie di <strong>branding</strong> per ottimizzare le nostre azioni di marketing e comunicazione. </p>



<p>Costa e McCrae ci hanno proposto un modello dal nome <strong><em>Big Five</em></strong> che ci racconta le cinque personalità umane più condivise tra le differenti culture capaci di sintetizzare e spiegare una parte del comportamento umano. </p>



<p>Individuarle e analizzarle, quindi, ci è di grandissimo aiuto strategicamente per poter lavorare sia sulla <strong>brand identity</strong> sia per portare a termine il nostro compito più importante: creare servizi e prodotti per le persone affinché tutto il nostro lavoro sia di valore. </p>



<h2 class="wp-block-heading">I cinque fattori della personalità</h2>



<p><strong>APERTURA ALL&#8217;ESPERIENZA:</strong> sono le persone che apprezzano gli aspetti emozionali della vita, possiedono un vocabolario ricco, amano l&#8217;avventura e le esperienze insolite. E&#8217; molto probabile che posseggano molti libri e un&#8217;ampia raccolta musicale, che abitino in una casa non convenzionale e che collezionino opere d&#8217;arte. </p>



<p><strong>COSCIENZIOSITA&#8217;:</strong> sono persone che richiedono molto a loro stesse, programmano tutto e sono molto disciplinate anche nell&#8217;organizzazione del loro lavoro per raggiungere gli obiettivi prefissati. Hanno un comportamento spesso poco spontaneo, un alto livello di coscienza e non si sentono molto a loro agio di fronte agli imprevisti e nemmeno alle sorprese! </p>



<p><strong>ESTROVERSIONE:</strong> sono coloro i quali amano stare in compagnia, animare le conversazioni e sentirsi l&#8217;anima della festa. Amano essere al centro dell&#8217;attenzione e quasi mai hanno comportamento titubante. Tendono a provare emozioni positive, per questo rifuggono quando l&#8217;aria si fa difficile! </p>



<p><strong>PIACEVOLEZZA: </strong>empatici, tendono ad essere compassionevoli e collaborativi, non amano il conflitto e prediligono situazioni in cui regni l&#8217;armonia sociale. Hanno un grande interesse verso il prossimo e sono capaci sempre di mettere tutti a proprio agio. Spesso hanno così bisogno del bene comune che antepongono il bene ed i bisogni altrui a quelli personali. </p>



<p><strong>NEVROTICISMO:</strong> sono coloro che si innervosiscono spesso, che tendono a provare emozioni negative e che tendono a comportamenti depressivi. Spesso tendono ad interpretare situazioni ordinarie come minacciose e a non saper reggere anche il livello minimo di frustrazione. Qualche volta possono avere difficoltà nel pensare con chiarezza, nel prendere decisioni e nell&#8217;affrontare situazioni stressanti. </p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Considera di cambiare il tuo mantra da vendere sempre ad essere sempre d’aiuto.<br><strong><em>Jonathan Lister</em></strong></p></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Neuromarketing e approccio</h2>



<p>Per il neuromarketing ed il neurobranding individuare i fattori della personalità ha una mansione predittiva. </p>



<p>Dobbiamo fare lo sforzo di indagare più in profondità rispetto ai reali bisogni e alla maniera di stare nel mondo delle persone che entreranno in contatto con il nostro brand. Ne gioveremo in moltissimi aspetti: </p>



<ul class="wp-block-list"><li>sapremo con esattezza di cosa hanno bisogno i nostri clienti </li><li>riusciremo ad ottimizzare gli investimenti in azioni realmente efficaci </li><li>costruiremo con loro una relazione di valore</li><li>saremo in grado di addizionare tasselli percettivi positivi per la costruzione del prodotto cognitivo. </li></ul>



<p>Mi sembra che siano già dei punti sufficienti, non credi? </p>





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		<title>neuromarketing per comprendere il comportamento dei consumatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Feb 2022 10:52:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il neuromarketing è lo strumento migliore per comprendere il comportamento dei consumatori perché esistono alcune fasi cognitivo-comportamentali che caratterizzano il nostro comportamento e le nostre scelte di acquisto. I neuroscienziati Ramsoy (CEO &#38; Founder, Neurons Inc; Neuroscience Professor, Singularity University CA) , Plassmann (NSEAD&#8217;s Octapharma Chaired Professor of Decision Neuroscience and Associate Professor of Marketing&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neuromarketing-per-comprendere-il-comportamento-dei-consumatori/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">neuromarketing per comprendere il comportamento dei consumatori</span></a></p>
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<p class="has-text-align-left">Il neuromarketing è lo strumento migliore per comprendere il comportamento dei consumatori perché esistono alcune fasi cognitivo-comportamentali che caratterizzano il nostro comportamento e le nostre scelte di acquisto. </p>



<p>I neuroscienziati <strong>Ramsoy</strong> (<em>CEO &amp; Founder, Neurons Inc; Neuroscience Professor, Singularity University CA</em>) , <strong>Plassmann</strong> (NSEAD&#8217;s Octapharma Chaired Professor of Decision Neuroscience and Associate Professor of Marketing at INSEAD) e <strong>Milosavljevic </strong>hanno proposto una sequenza delle attività che il nostro cervello compie quando si trova di fronte ad una scelta. </p>



<p><strong>Comprendere</strong> a fondo, attraverso un approccio neuroscientifico, <strong>cosa muove le persone a prendere certe decisioni o a prediligere un prodotto piuttosto che un altro è importante per ogni brand ed imprenditore al fine di ottimizzare risorse e strategie. </strong><br></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le 5 fasi che caratterizzano il comportamento e le scelte</h2>



<h3 class="wp-block-heading">Rappresentazione e attenzione</h3>



<p>é quella fase che si compie nel momento in cui il nostro cervello entra in contatto con il brand (o prodotto) e ne &#8220;scansiona&#8221; le caratteristiche, grazie all&#8217;attivazione dell&#8217;attenzione. Quest&#8217;ultima può essere attivata <strong><em>involontariamente </em></strong>(avendo ricevuto il cervello una stimolazione sensoriale, un colore acceso, una scritta seducente, un movimento) oppure in maniera conscia, cioè quando è il nostro stesso cervello a decidere verso quale stimolo indirizzarla. </p>



<h3 class="wp-block-heading">VALORE PREVISTO</h3>



<p>è quello che il nostro cervello immagina di provare entrando in contatto con il brand o con il prodotto: è in sostanza l&#8217;aspettativa, l&#8217;immaginario del COME ci sentiremo mentre staremo utilizzando il prodotto o avremo acquistato il brand. Ritengo questo un aspetto determinante, perché a caratterizzare le scelte di acquisto sono, in molti casi, i bisogni edonistici e il bisogno di appartenenza (a un gruppo o a una comunità percepiti come attraenti)  e di rappresentazione (della immagine di noi che amiamo o che intendiamo costruire). </p>



<h3 class="wp-block-heading">VALORE sperimentato</h3>



<p>si tratta del piacere e del beneficio &#8211; pratico ed emozionale &#8211; che il brand o il prodotto hanno generato durante la fruizione. </p>



<h3 class="wp-block-heading">VALORE ricordato </h3>



<p>è quello che il nostro cervello ha conservato dell&#8217;esperienza di acquisto e di fruizione. Le sensazioni positive e negative, tutto quello che conserverà nel processo di consolidamento cognitivo che renderà i nostri clienti consumatori abituali o addirittura ambassador del brand o del prodotto.</p>



<h3 class="wp-block-heading">apprendimento</h3>



<p>è la fase  conclusiva del processo, la parte più consapevole del processo, quella si trova all&#8217;apice del comportamento che da inconscio si fa conscio e diventa, si spera, un affezione o un&#8217;abitudine di consumo.  E&#8217; il risultato che ci consente di comprendere se abbiamo costruito in maniera corretta il prodotto cognitivo.</p>



<p>Il <strong>Neuromarketing</strong> è una disciplina che risulta imbattibile per comprendere il comportamento dei consumatori e, affiancata all&#8217;applicazione del neurobranding, è un approccio al brand e al brand positioning altamente ottimizzato. </p>



<p>Mi permetto di suggerirti <a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neurobranding-e-la-conquista-dellattenzione/">questo ulteriore articolo se hai voglia di approfondire maggiormente il tema dell&#8217;attenzione. </a></p>





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		<title>la potenza dei colori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simona Ruffino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Sep 2021 07:54:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[pillole di brand]]></category>
		<category><![CDATA[branding]]></category>
		<category><![CDATA[neurobranding]]></category>
		<category><![CDATA[neuromarketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I colori sono potenti perché sono capaci di esprimere i nostri stati d&#8217;animo. Nella costruzione di brand la scelta dei pantoni è determinante per il posizionamento stesso, ma dopo anni di lavoro, sono arrivata alla conclusione che, anche per quanto riguarda i colori vi sono delle stereotipie che dovrebbero essere superate. La psicologia dei colori&#8230;&#160;<a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/la-potenza-dei-colori/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">la potenza dei colori</span></a></p>
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<p><strong>I colori sono potenti perché sono capaci di esprimere i nostri stati d&#8217;animo.</strong> Nella costruzione di brand la scelta dei pantoni è determinante per il posizionamento stesso, ma dopo anni di lavoro, sono arrivata alla conclusione che, anche per quanto riguarda i colori vi sono delle <strong>stereotipie che dovrebbero essere superate</strong>. </p>



<p>La psicologia dei colori che, più o meno tutti abbiamo presente, esamina i colori in relazione al comportamento umano indicandoci come una certa tonalità sia capace di generare reazioni positive o negative e, ancora più nello specifico, avvicini le persone ad un certo brand o prodotto creando percezioni, opinioni e, perché no, orientamento maggiore all&#8217;acquisto. </p>



<h2 class="wp-block-heading">LA POTENZA DEI COLORI NELLA COSTRUZIONE DELLA BRAND IDENTITY.</h2>



<p>Il colore è potente perché, se utilizzato correttamente, crea<strong> riconoscibilità</strong> ed <strong>identità</strong>. Differenzia sostanzialmente un brand da un altro e crea un&#8217;immagine chiara dentro il nostro cervello che diventerà capace nel tempo di associare quel pantone al brand stesso. Pensa a <a href="http://www.netflix.it">Netflix</a>! </p>



<p>Ma i colori, ancora di più in questo tempo di frenetica comunicazione social diventano la chiave di ottimizzazione dei nostri contenuti. Utilizzarli correttamente associati a dei layout personalizzati anche nella comunicazione online è imprenscindibile. </p>



<p><strong>La stereotipia che va superata</strong>, secondo la mia esperienza, <strong>è la distinzione netta tra i colori caldi e quelli freddi e la loro reattività sulla percezione umana</strong>. Mi spiego meglio: se è vero che in linea di massima <em>i colori caldi vengono percepiti come positivi, eccitanti, accoglienti ed, invece, quelli freddi, come istituzionali, seri, pacati, è anche vero sono <strong>intimamente legati alla sfera delle esperienze personali di ogni singolo individuo. </strong></em></p>



<h3 class="wp-block-heading">Ma come si può fare a comprendere quali siano i colori giusti per la nostra identità di brand e per la nostra comunicazione? </h3>



<p>Bisogna<span class="highlight"> <strong>analizzare in maniera puntuale categorie di pubblico similari a quelle che intendiamo coinvolgere nella nostra comunicazione</strong></span><strong>.</strong> In tal senso gli stessi <strong><em>social media</em></strong> ci aiutano attraverso <strong><em>i test di advertising</em></strong> perché riescono a fornirci metriche di gradimento dello stesso messaggio declinato con pantoni e forme differenti. </p>



<p>Inoltre, ritengo che un altro aspetto importante sia quello di associare ai colori pattern, simboli e format capaci di collaudare gli schemi riconoscibilità nella mente delle persone. </p>



<p>Provare a differenziarsi vuol dire anche provare ad <strong>uscire dagli stereotipi simbolici di categoria</strong>: il verde per il green, il nero o il bordeaux per il luxury, il giallino pallido per il pane o similari. Vale la stessa cosa per i pittogrammi ed i naming eh! </p>



<p>I colori sono una corrispondenza tra l&#8217;intenzione e la reazione. Devono attivare l&#8217;attenzione e stimolare <a href="https://www.simonaruffino.it/pillole-di-brand/neurobranding-e-percezioni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">percezioni</a> (qui trovi un articolo sull&#8217;argomento) con la capacità di costruire una cosa difficile: <strong>la relazione tra il brand e lo stato emotivo e cognitivo delle persone</strong>. </p>



<p>Per questo dobbiamo uscire dal retaggio del pantone utilizzato sempre e comunque in maniera inequivocabile: dobbiamo essere capaci di distinguerli e di sceglierli in base alle campagne, alle linee di prodotto e persino seguendo gli andamenti sociali ed i bisogni di chi entra in contatto con la nostra comunicazione. </p>



<p>Ma, soprattutto, non dobbiamo mai sceglierli e utilizzarli secondo i nostri parametri personali perché potrebbe essere un errore fatale per la nostra comunicazione. </p>



<p><em>In qualche maniera dobbiamo accomodare le nostre scelte di identità alle esigenze del pubblico per poter utilizzare il neurobranding ed il neuromarketing nella maniera corretta: ottimizzando cioè i risultati senza creare nuovi bisogni e senza che si attivi un processo di manipolazione. </em></p>


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